Immagine creata con AI
Pathé Frères e l'arte di riempire le sale: le foto di scena del Comte de Monte-Cristo (1918)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 1ª Epoque n.2
(collezione personale)
Sul cartoncino, in basso a sinistra, la firma inconfondibile: Pathé Frères, in corsivo. In basso a destra, quasi in sordina, il nome della casa di produzione Le Film d'Art. In mezzo, un fotogramma: il giovane Edmond Dantès in divisa da marinaio davanti a Napoleone. È una fotografia grande, 26,5 × 20,5 centimetri, virata al seppia, con l'angolo un po' consumato. Non è una figurina da collezione: è una foto di scena da sala, una lobby card, e nel 1918 il suo posto non era nell'album di un ragazzino, ma nella vetrina di un cinematografo. Attorno a questo tipo di oggetto, a lungo trascurato dai collezionisti, molto meno "seriale" e riconoscibile della cigarette card, vale la pena costruire un discorso. Perché dietro c'è la storia di come il cinema muto imparò a vendere sé stesso e c'è soprattutto il colosso che quel meccanismo lo aveva inventato e perfezionato prima di chiunque altro: la Pathé Frères.
Non tutte le immagini nascono uguali
Chi frequenta queste pagine conosce bene le figurine, le cigarette cards, come veicolo popolare dell'immaginario cinematografico: piccoli cartoncini distribuiti a milioni di copie dentro i pacchetti di sigarette, pensati per essere raccolti, scambiati, incollati in un album. Sono oggetti di massa, tascabili, destinati al consumatore privato. La foto di scena appartiene a un'altra famiglia. Il suo destinatario non è il fumatore-collezionista, ma l'esercente: il gestore della sala. La foto arrivava insieme al film (o al materiale pubblicitario che lo precedeva) e serviva a essere esposta in vetrina, nell'atrio, nelle bacheche esterne, per convincere il passante a comprare il biglietto. È pubblicità sul luogo di vendita, nel senso più letterale. Questa differenza di funzione spiega anche perché le foto di scena siano oggi relativamente rare. La cigarette card viveva negli album di casa, protetta, conservata per anni; la foto di sala restava affissa per il tempo della programmazione e poi, il più delle volte, veniva buttata o sostituita. Non stupisce che istituzioni come la Cineteca di Bologna o il Museo Nazionale del Cinema di Torino conservino oggi, tra i loro tesori, proprio fotobuste, guide pubblicitarie e materiali per esercenti: erano strumenti di lavoro, non oggetti da collezione, ed è quasi un caso quando sopravvivono.
Un impero chiamato Pathé
Immagine ricostruita con l'ausilio dell'IA
Per capire il peso di quella firma in basso a sinistra bisogna fare un passo indietro. La Société Pathé Frères viene fondata a Parigi il 28 settembre 1896 dai fratelli Charles, Émile, Théophile e Jacques Pathé. All'inizio non è nemmeno un'impresa di cinema: si vendono fonografi, si producono cilindri e poi dischi. Charles Pathé, che qualcuno soprannominerà «il Napoleone dell'industria cinematografica», aveva costruito la sua prima fortuna girando le fiere con i fonografi Edison; è lui a intuire il potenziale della nuova invenzione dei Lumière e a spingere l'azienda verso la pellicola. Nel 1897 la società si trasforma in società anonima e quota le proprie azioni in borsa: la benzina finanziaria per la crescita che verrà. Quello che Pathé costruisce nei primi anni del Novecento è qualcosa che il cinema non aveva ancora visto: un'azienda integrata verticalmente, che controlla l'intera filiera produttiva. Un principio che vale la pena esplicitare, perché è la chiave di tutto il resto. Integrazione verticale significa che una stessa impresa possiede ogni anello della catena: Pathé fabbrica in casa le macchine da presa e i proiettori; produce la propria pellicola vergine (negli stabilimenti di Vincennes e Montreuil prima, nel grande complesso di Joinville-le-Pont poi, dove sorge anche un reparto specializzato per la colorazione); assume alle proprie dipendenze registi, operatori e scenografi a dirigere la produzione c'è Ferdinand Zecca; distribuisce i film attraverso una rete di agenzie sparse per il mondo; e dal 1906 comincia perfino a possedere le sale in cui quei film vengono proiettati. Chi entrava in un cinema Pathé, per vedere un film Pathé girato su pellicola Pathé e proiettato da un apparecchio Pathé, stava alimentando un solo bilancio dall'inizio alla fine. È il modello che, dal 1907 in poi, le grandi case statunitensi imiteranno pari pari e che sta alla base dello studio system di Hollywood.I numeri danno la misura del fenomeno. Tra il 1903 e il 1910 Pathé domina il mercato cinematografico internazionale: si è calcolato che, in quegli anni, buona parte di ciò che uno spettatore vedeva perfino negli Stati Uniti provenisse dagli stabilimenti francesi; per un certo periodo Pathé vende in America il doppio di pellicola di tutta la produzione statunitense messa insieme. Nel 1915 la sola sede francese conta qualcosa come quindicimila dipendenti. Nel corso della sua storia muta la casa produrrà e distribuirà oltre diecimila film. E nel 1908 mette a punto un altro formato destinato a fare epoca: il Pathé-Journal, il primo cinegiornale, che porta l'attualità nelle sale prima della proiezione del lungometraggio. Il simbolo di tutto questo lo si vede ancora oggi è il gallo: l'emblema che i fratelli scelsero fin dagli esordi e che divenne, in pratica, il primo marchio globale dell'industria dell'intrattenimento.
Le molte anime di una sola firma
C'è un dettaglio che rende i nostri cartoncini particolarmente istruttivi, ed emerge solo mettendo insieme più foto: su tutte compare Pathé Frères come distributore, ma dietro quella firma comune si nascondono case di produzione diverse.Il fatto è che Pathé, per differenziare i generi e soprattutto per dare lustro "artistico" a certe produzioni, si serviva di una costellazione di etichette. La più celebre non nacque nemmeno in casa sua: è Le Film d'Art, società fondata nel 1908, il cui atto di battesimo fu il cortometraggio L'Assassinat du duc de Guise, attori della Comédie-Française, scenografie di qualità teatrale e, per la prima volta nella storia del cinema, una partitura originale composta appositamente da Camille Saint-Saëns. Il successo fu tale che lo stesso Charles Pathé, si racconta, si complimentò con i dirigenti della nuova società esclamando: «Ah! Signori, siete più forti di noi!». L'idea; il cinema come estensione nobile del teatro e della grande letteratura diede vita a un vero e proprio movimento, il film d'art, e Pathé volle percorrere quella via anche in proprio, fondando una divisione analoga: la S.C.A.G.L. (Société Cinématographique des Auteurs et Gens de Lettres), che negli anni successivi avrebbe portato sullo schermo Victor Hugo, Zola e i grandi romanzi dell'Ottocento francese. Ecco perché le foto di questo insieme portano marchi diversi sotto la stessa distribuzione Pathé. È un piccolo campionario che vale, da solo, una lezione sull'organizzazione della casa:

LE COMTE DE MONTE-CRISTO 3ª Epoque n.1
(collezione personale)
Le Film d'Art firma il nostro Comte de Monte-Cristo.
L'ENIGME
(collezione personale)
la S.C.A.G.L. firma L'Énigme (1918, regia di Jean Kemm, con Henry Krauss e Germaine Dermoz).
DÉCHÉANCE
(collezione personale)
i Films Apollon, etichetta minore, stanno dietro Déchéance (1918), unica prova di regia di Michel Zévaco, popolarissimo autore di feuilleton — l'inventore dei Pardaillan, morto pochi mesi dopo l'uscita del film.
LA MAISON D'ARGILE
(collezione personale)
la stessa Pathé Frères, come casa di produzione diretta, firma La Maison d'Argile (1918, regia di Gaston Ravel, da una pièce di Émile Fabre).
HRSPERIA
(collezione personale)
e, sul versante italiano, la Tiber Film di Roma firma il ritratto della diva Hesperia.
Cinque marchi di produzione, una sola firma di distribuzione. Meglio di qualsiasi spiegazione teorica, questo campionario mostra come funzionava la macchina Pathé: un'unica rete capillare che convogliava verso le sale d'Europa produzioni eterogenee francesi di prestigio, francesi minori, italiane tenute insieme dal logo del gallo.
Il caso italiano: Hesperia e la Tiber Film
La presenza di una foto italiana in mezzo a titoli francesi non è un'anomalia, ma la prova che la rete Pathé lavorava senza badare ai confini. Il cartoncino ritrae Hesperia pseudonimo di Olga Mambelli (Bertinoro, 1885 – Roma, 1959), una delle grandi dive del muto italiano, per la produzione della Tiber Film. La Tiber era una casa romana fondata nel 1914 dall'avvocato Gioacchino Mecheri, con teatri di posa alla Pineta Sacchetti; divenne rapidamente una delle maggiori società di produzione della capitale, capace di far concorrenza alle rivali torinesi. Hesperia ne fu la stella di punta: proveniente dal teatro di varietà, dove era apprezzata come interprete dei celebri tableaux vivants, era approdata al cinema nel 1913 e alla Tiber aveva trovato la sua consacrazione, prendendo di fatto il posto di Francesca Bertini e dando vita con lei a una delle più note rivalità artistiche del cinema muto italiano (culminata nell'uscita in contemporanea di due diverse versioni della Signora delle camelie). Alla Tiber lavorava in stretto sodalizio con il regista Baldassarre Negroni, che avrebbe poi sposato nel 1923, e per il quale girò titoli come Jou-Jou e La principessa di Bagdad. Che una foto di Hesperia/Tiber Film sia finita in un lotto con distribuzione Pathé la dice lunga: le dive italiane erano merce pregiata sul mercato internazionale, e la rete francese ne smistava le immagini con la stessa efficienza con cui distribuiva i propri film, un tassello prezioso, perché mostra il versante italiano dello stesso identico meccanismo promozionale.
Le Comte de Monte-Cristo di Henri Pouctal
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 6ª Epoque n.2
(collezione personale)
Il pezzo forte del gruppo è però il Monte-Cristo. Diretto da Henri Pouctal per Le Film d'Art, è un roman-cinéma in otto episodi ("époques"), la cui prima uscì a Parigi l'11 gennaio 1918. Tratto dal romanzo di Alexandre Dumas, con una durata complessiva di quasi tre ore (2h53'), aveva alla fotografia Léonce-Henri Burel (affiancato da Guérin), destinato a diventare uno dei grandi direttori della fotografia del cinema francese.Le otto epoche portavano ciascuna un proprio titolo, che aiuta a orientarsi nella vicenda:
Edmond Dantès
Le Trésor de Monte-Cristo
Le Philanthrope
Simbad le marin
La Conquête de Paris
Les Trois vengeances
Les Derniers exploits de Caderousse
Châtiments
Il cast principale:
Léon Mathot — Edmond Dantès / il Conte
Alexandre Colas — il barone Danglars
Albert Mayer — Villefort
Jean Garat — il conte di Morcerf (Fernand)
Nelly Cormon — Mercédès
Madeleine Lyrisse, Gilbert Dalleu, Claude Bénédict, Marc Gérard e altri nei ruoli di contorno.
Un dettaglio da segnalare: Mathot, il divo del film, compare anche nel cast de La Maison d'Argile, un filo che lega direttamente due dei titoli di questo insieme e conferma che stiamo maneggiando il materiale promozionale relativo a uno degli attori di punta della Pathé in quel 1918.
Quando la foto incontra il film
Le foto di scena in mio possesso coprono in modo non completo sette delle otto epoche, con la numerazione originale stampata su ciascun cartoncino, che permette di ricostruire la sequenza narrativa quasi come un piccolo storyboard fotografico.
1ª Epoque Edmond Dantès
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 1ª Epoque n.2
(collezione personale)
3ª Epoque Le Philanthrope
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 3ª Epoque n.1
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 3ª Epoque n.2
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 3ª Epoque n.3
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 3ª Epoque n.6
(collezione personale)
4ª Epoque Simbad le marin
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 4ª Epoque n.1
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 4ª Epoque n.2
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 4ª Epoque n.3
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 4ª Epoque n.6
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 4ª Epoque n.7
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 4ª Epoque n.8
(collezione personale)
5ª Epoque La Conquête de Paris
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 5ª Epoque n.2
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 5ª Epoque n.7
(collezione personale)
6ª Epoque Les Trois vengeances
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 6ª Epoque n.1
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 6ª Epoque n.2
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 6ª Epoque n.3
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 6ª Epoque n.4
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 6ª Epoque n.5
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 6ª Epoque n.7
(collezione personale)
7ª Epoque Les Derniers exploits de Caderousse
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 7ª Epoque n.6
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 7ª Epoque n.7
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 7ª Epoque n.8
(collezione personale)
8ª Epoque Châtiments
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 8ª Epoque n.3
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 8ª Epoque n.6
(collezione personale)
LE COMTE DE MONTE-CRISTO 8ª Epoque n.7
(collezione personale)
Il valore di un frammento
Prese singolarmente, queste sono "solo" vecchie foto di scena di un film muto. Prese insieme e restituite al loro contest raccontano qualcosa di più grande: il modo in cui, un secolo fa, un film arrivava allo spettatore prima ancora che le luci si spegnessero. La foto in vetrina era il primo fotogramma che il pubblico vedeva, l'esca che trasformava un passante in spettatore. E dietro quell'esca, nel 1918, c'era quasi sempre la stessa firma in corsivo: quel gallo che, dai laboratori di Joinville, aveva imparato prima di tutti a far viaggiare le immagini e a venderle.